Arte rinascimentale

Paolo Veronese | Pittore manierista tardo rinascimentale

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Paolo Veronese, con il nome di Paolo Caliari (nato il 1528, Verona, Repubblica di Venezia [Italia] - deceduto il 9 aprile 1588, Venezia), uno dei maggiori pittori della scuola veneziana del XVI secolo. Di solito le sue opere sono enormi tele popolate di soggetti allegorici, biblici o storici con colori splendidi e ambientate in un quadro di classicizzazione dell'architettura rinascimentale. Maestro dell'uso del colore, eccelleva anche in composizioni illusorie che estendevano l'occhio oltre gli attuali confini della stanza.








  • I primi anni
Caliari divenne noto come Veronese dopo la sua città natale. Benché inizialmente apprendista come scalpellino, commerciante di suo padre, mostrò un così marcato interesse per la pittura che nel suo quattordicesimo anno fu apprendista di un pittore di nome Antonio Badile, la cui figlia Elena in seguito si sposò. Da Badile Veronese derivano una tecnica di pittura di base solida e una passione per i dipinti in cui persone e architettura sono state integrate. Lo stile della sua prima opera conosciuta, la pala d'altare di Bevilacqua-Lazise, ​​riflette l'influenza di Badile. Veronese fu anche influenzato da un gruppo di pittori che includeva Domenico Brusasorci, Giambattista Zelotti e Paolo Farinati; attratti dall'arte manierista, hanno studiato le opere di Giulio Romano, Raffaello, Parmigianino e Michelangelo. Frammenti di decorazione ad affresco eseguiti da Veronese nel 1551 per la Villa Soranza di Treville, con le loro eleganti figure decorative, suggeriscono che stava già creando un nuovo linguaggio. L'influenza di Michelangelo è evidente in una splendida tela, Tentazione di Sant'Antonio, dipinta nel 1552 per la cattedrale di Mantova. Nel 1553 Veronese fu introdotta a Venezia e avviata in una lunga collaborazione con le autorità veneziane in connessione con la decorazione di diversi parti del Palazzo Ducale. La prima di queste commissioni, il soffitto divisorio della Sala del Consiglio dei Dieci, rivela le caratteristiche dello stile maturo di Veronese: abili scorci che fanno apparire le figure fluttuanti nello spazio sopra lo spettatore, lo splendore cromatico e passaggi luminosi che donano anche le ombre di colore. Nel 1555, probabilmente su convocazione del priore di S. Sebastiano a Venezia, Veronese iniziò la decorazione della chiesa che sarebbe poi diventata il suo luogo di sepoltura. Mentre a Palazzo Ducale aveva spesso lavorato in collaborazione con Zelotti, il Veronese lavorava da solo a S. Sebastiano. Nella Storia di Ester, raffigurata sul soffitto, compaiono la prima delle sue rigorose composizioni di gruppi scorciati in quadri luminosi architettonici e le sue fantasie decorative che giustappongono piani in primo piano animati, quasi stereometrici e figure di fondo lavorate con pochi colpi di luce. L'abile pittore di affreschi, che aveva lavorato nelle ville e nei palazzi dei nobili veneziani, tra cui il bellissimo boudoir della famiglia trevisan di Murano, raccontò le storie di San Sebastiano in affreschi elegantemente fluenti dipinti per la chiesa (1558). Nella sua decorazione delle due imposte dell'organo (1559), ha nuovamente rivelato la sua padronanza della composizione ritmica e della prospettiva illusionistica attraverso uno scorcio estremo. Contemporaneamente alla decorazione di S. Sebastiano, Veronese ricevette numerose commissioni per pale d'altare, dipinti devozionali e alcune Cene Ultima. Il tema di quest'ultimo, raffigurato in dipinti come I pellegrini di Emmaus e Festa nella casa di Levi, gli ha permesso di comporre grandi gruppi di figure in ambienti architettonici rinascimentali sempre più complessi che attestano la sua conoscenza delle opere del XVI secolo Gli architetti veneziani Michele Sanmicheli, Andrea Palladio e Jacopo Sansovino.
  • Gli ultimi anni
La decorazione della villa di Maser (1561), costruito da Palladio per Daniele e Marcantonio Barbaro, il primo studioso e traduttore delle opere dell'architetto romano Vitruvio, ha segnato una tappa fondamentale nell'evoluzione dell'arte veronese e nello sviluppo della pittura veneziana. Assistito dal fratello Benedetto nella realizzazione del quadro architettonico, Paolo ha interpretato brillantemente i ritmi palladiani della villa, sfondando le pareti con paesaggi illusionistici e aprendo i soffitti a cieli blu con figure della mitologia classica. Il manierismo aveva lasciato il posto a ritmi armoniosi e una superba maneggevolezza del colore che impregnava i suoi affreschi di vitalità incandescente: le scene mitologiche esaltanti i piaceri umani, la raffigurazione della moglie di Barbaro con i bambini e l'infermiera, e i paesaggi, resi in prospettiva illusionistica e dettagliato con rovine classiche.Le composizioni classiche a Maser sono state seguite da dipinti con una tendenza alla monumentalità e con un amore per la pompa decorativa, come in Le nozze di Cana, eseguite nel 1562 e nel 1563 per il refettorio di S. Giorgio Maggiore. In questo lavoro gli aerei si moltiplicano, lo spazio è dilatato e un insieme di persone si accumula in movimenti complessi ma ordinati. Nella loro solenne monumentalità, La famiglia di Dario Prima di Alessandro e le tele eseguite per la famiglia Cuccina (c. 1572), che contengono splendidi ritratti, sono di struttura più organica. La ricchezza di dettagli narrativi stravaganti e romanzeschi incorporati nei dipinti di Veronese e in particolare nell'Ultima Cena commissionata nel 1573 dal convento dei Santi Giovanni e Paolo suscitò il sospetto del tribunale dell'Inquisizione del Sant'Uffizio, che convocò Veronese per difendere il dipinto. Il tribunale si oppose al dipinto sulla base del fatto che includeva elementi irriverenti, inappropriati per la santità dell'evento; per esempio, un cane, un giullare con in mano un pappagallo e un servo con un naso sanguinante. Rispondendo che "noi pittori prendiamo le stesse libertà di poeti e pazzi," Veronese difese abilmente e fermamente il diritto dell'artista alla libertà di immaginazione. Il tribunale, forse influenzato dall'autorità civile, risolse elegantemente la questione suggerendo che il tema fosse cambiato in a Festa nella casa di Levi. Il tono notturno nell'Adorazione dei Re nella chiesa di Sta. Corona (Vicenza) conferisce al dipinto una nuova intimità, senza rinunciare alla caratteristica ricchezza di colore veronese, impreziosita dalle minute, preziose pennellate utilizzate anche in piccole tele, sia sacre che profane, eseguite in questo periodo. Questi dipinti rappresentano le espressioni più autentiche degli ultimi 15 anni di vita di Veronese; per discernibile nelle grandi decorazioni per il Palazzo Ducale iniziate in questo periodo - tra cui il Ratto di Europa e il Apoteosi di Venezia-è una maggiore partecipazione del suo laboratorio, dove furono impiegati il ​​fratello Benedetto, i figli Carlo e Gabriele, il nipote Alvise dal Friso e altri. Nel 1588 Veronese contrasse la febbre e morì dopo alcuni giorni di malattia. Suo fratello e figli lo fecero seppellire a S. Sebastiano, dove fu collocato un busto sopra la sua tomba. I figli continuarono il lavoro del padre, firmandolo che si accontentava di Pauli ("Gli eredi di Paolo“). Sono stati in grado di utilizzare una quantità di splendidi schizzi e disegni. Tra le ultime opere di Veronese vi erano stupende favole allegoriche, come una serie per Rodolfo II che includeva La scelta di Ercole e Allegoria della saggezza e della forza; e Marte e Venere Uniti dall'amore, in cui le figure si legano l'una all'altra con ritmi armoniosi. Il suo ultimo lavoro includeva anche scene bibliche con paesaggi agitati e cupi. Una piccola pala d'altare piena di pathos di St. Pantaleon Healing a Sick Boy e versioni della Pietà esibiscono una qualità drammatica e uno stato d'animo meditativo insolito nelle opere di Veronese. È l'altro, il sereno Veronese, caratterizzato da splendidi colori e una luminosità che anima gruppi di figure e pure strutture architettoniche, che soprattutto è stato amato nel suo tempo e nei secoli successivi. Vari artisti di spicco del XVII secolo lo trovarono fonte d'ispirazione, così come Sebastiano Ricci e Giovanni Battista Tiepolo, che rinnovarono l'idioma cromatico vitale della pittura decorativa veneziana. I pittori francesi del XIX secolo, da Eugène Delacroix a Paul Cézanne, guardarono a Veronese, ispirandosi al suo uso del colore per esprimere l'esuberanza e la forma del modello. | Rodolfo Pallucchini © Encyclopædia Britannica


































Paolo Caliari, detto Paolo Veronese (1528-1588), nacque a Verona nel 1528, da un Gabriele tagliapietra e da Caterina; morì a Venezia il 9 aprile 1588. Suo primo ed effettivo maestro, ricordato dai documenti, fu il pittore Antonio Badile (1518-1560) presso il quale il giovane P. fu a bottega; Domenico Brusasorci (nato nel 1516): ambedue codesti pittori non certo grandissimi discendevano da Gianfrancesco e Giovanni Caroto, artisti di quella branca che s'ingegnava a orientare la pittura veronese verso Venezia .Sulla prima formazione tecnica di P. dovettero anche avere efficienza i maestri bresciani Romanino, Moretto e Savoldo, presenti con opere a Verona al suo tempo. Scarsamente tuttavia: ché il giovane Caliari era in sé troppa forza per poter soggiacere all'inferiorità espressiva dei citati; e, per quel che percorre la loro via, preferisci farlo rivolgendosi alla fonte delle novità tecniche ch'essi portavano in patria: un Venezia, cioè, la quale esercitò subito su di lui il suo altissimo fascino.Ma nell'incerto cammino la ricerca di sé stesso, in cui si muove non grande parte della sua operosità giovanile, P. ebbe gli occhi largamente aperti e lo spirito sapientemente assimilatore non è stato semplicemente il meglio del potere mantegnesco di cui la patria era era piena, ma forse più dei vicini esempî mantovani del Correggio, scorciatore mirabile nella scia del grande Padovano e del Pippi, ai suoi bei giorni robusto equilibratore di massa muscolari e architettoniche per via dell'intelligenza prodigiosamente misuratrice di spazi di Raffaello, e del Primaticcio.Accenti tutti di varia provenienza e variamente commisti, aspetto e ripresi: ho quali nell'insieme tendevano un intonarsi sopra il comune diapason di una pittura che il Veronese è stato pensato e offerto a Venezia, a cui mancava, dopo averla trasfigurata nel colore più squillante e armonioso, che mai è stato dato di vedere a occhi umani.Per il duomo di Mantova appunto, in seguito una invito del cardinale Ercole Gonzaga, P. dipingeva nel 1552 la pala con le Tentazioni di S. Antonio, oggi al Museo di Caen, nella quale superava di gran lunga i pittori Farinati, Brusasorci e Battista del Moro mise un confronto; vieni, un anno prima, ho sorpassato per vigoria e novità pittoresche, nella decorazione della villa Soranza, quel Battista Zelotti, che così a lungo fu confuso con lui, o fatto, ugualmente un torto, il suo imitatore e discepolo.Forse inserito da monsignor Giambattista Ponchino - modesto pittore abitante a Castelfranco, presso la Soranza, e bene accolto a Venezia - P. nel 1553-54 arrivò tra le lagune: colomba d'oro alla fine della critica dei reggitori una magnifica promessa. La sua arte invero è già accordata alle doti di reale pittura, senza le quali non è entratava a Venezia, una chiarezza di timbro e una novità di rapporti, che abbagliavano gli occhi sempre avidi di splendori dei veneti e li traeva in un mondo diverso, forse più sereno, certo più limpido, di quella densa atmosfera tonale che è ormai diventata il fondo comune dell'arte della Serenissima. È già nel 1555 potrebbe stabilizzarsi nella capitale.Venezia, quindi all'apice della sua civiltà singolare, vivente della sua vita più intensa, esaltò le già in una certa esistenza, il che seppe ricambiarle questo dono, chiama alla sua nuova patria una serie di pitture meravigliose, e così consone con il carattere e le aspirazioni emotive della città stessa, che chiunque ancor oggi si rappresenti alla memoria nello scorcio più comprensivo della Venezia del Cinquecento, vede un quadro del Veronese : - come chi voglia rappresentarsi quella del Settecento, ha negli occhi il baleno azzurro d'una pittura del Tiepolo: il quale fu di P. forse il discendente più vero, il più vicino a lui in spirito.Nel 1555 l'artista aveva terminato la sua prima grande pittura veneziana: il soffitto della sagrestia di S. Sebastiano, a cui seguirono poi una varietà riprese fino al 1570 il soffitto della chiesa stessa, e poi ancora l'intera decorazione del tempio: pareti, organo, altari. L'anno prossimo, con i suoi dipinti per la Libreria di S. Marco, vinceva la collana d'oro destinata a meglio riescisse nell'opera, e aveva, si dice, da Tiziano il premio e l'abbraccio: certo otteneva la consacrazione ufficiale veneziana, che gli assicurava, oltre alla gloria, l'agiatezza. Poteva quindi tornare nell'aprile del 1566 nella sua Verona a sposarvi l'amica d'infanzia Elena, figlia del suo maestro Badile. In Verona dipingeva allora la pala di S. Giorgio in Braida, con il Martirio del Santo - la cui composizione è diventata un prototipo per quadri d'amore simile al settecento e oltre, fino al Delacroix -; vi ritornò poi una varie riprese lasciandovi numerose opere.Tuttavia, dal 1557 in poi, le anagrafi veronesi non ci conservano più notizie del pittore: Venezia era diventata definitivamente la sua patria. Quivi, nel 1563, dipingeva la più famosa delle sue Cene: le Nozze di Cana per i domenicani di San Giovanni e Paolo, oggi al Louvre; dieci anni dopo, per il refettorio di San Giorgio, la Cena in casa dai Levi, ora all'Accademia di Venezia - quadro ben noto anche perché gli procurò il processo dell'Inquisizione - pitture dove la capacità scenografica, nel migliore senso, del pittore (cioè la sua virtù di vedere le forme nello spazio nello spazio ritmato da pausa architettoniche o paesaggistiche infinitamente moltiplicantisiLa mia freschezza e la sua novità coloristiche si conferma prodigiosamente.Ma già dipinto a Venezia una serie di quadri: i famosi soffitti delle vendite del Consiglio dei Dieci e dei Tre Capi del Consiglio a Palazzo Ducale, rappresentanti Giunone che versa i suoi tesori su Venezia, la Gioventù e la Vecchiaia, e quelli oggi al Louvre con S. Marco che incorona le Virtù, e Giove che fulmina i Vizî; e molte altre pitture di attualità e ritratti, ora sparsi in musei d'Europa e d'America: opere delle quali, anche in questa breve rassegna, non può essere tralasciata quella che è una delle pitture più mirabili della sua giovinezza: la Predica del Battista della galleria Borghese di Roma, già erroneamente assegnata allo Zelotti. Tra i moltissimi lavori eseguiti nel decennio citato, ricordiamo poi i grandi cicli di affreschi su palazzi veneziani: il palazzo Bellavite a S. Maurizio, il palazzo Nani alla Giudecca, il palazzo Cappelli, ora Carnelutti, sul Canal Grande e le decorazioni di casa Trevisani a murano: solo di queste ultime però sono esauriti vestigi insigni.Tuttavia la prova forse massima della sua arte nell'affresco, ampia, serena, dal respiro vastissimo, P. la diede nelle pitture che eseguì prima del 1560 per la villa dei Barbaro a Maser: pitture che coprono quasi da cima a fondo le pareti della mirabile costruzione palladiana e copertura uno dei più estesi, complessi e stupendi cicli pittorici, che mai sono usciti da pennello d'artista: il più grandioso certo che il Caliari ci ha lasciato. In due stanze di facciata dipinse, sul soffitto, Bacco che insegna agli uomini del vino: figura eminente contro il cielo su cui si trova una ferace pergolato di pampini, che abbraccia le pareti e vendita alla vòlta, vieni nella stanza dirimpetto, dove sono raffigurato le Virtù coniugali; nella sala centrale una crociera prodigò sui muri prodigiosi affreschi di paesaggi, alternati da figura di suonatrici entro nicchie; in quella che segue, con fantasia inesauribile, passò alla decorazione di tipo storico variamente intratta di luce, tra cui basti rammentare quella, stupenda e precorritrice, della bella Giustiniani; e nel soffitto rappresentò l'Olimpo, e negli stanzini attigui dipinse scene mitologiche e sacre, ecc. Non è possibile descrivere il fascino, davvero fiabesco, di queste pitture, colomba ride il più gaio colore del mondo, dove si celebra il trionfo della giovinezza terrestre, dove tutto sembra puro e vergine come il primo giorno della Creazione, nell'aria vasta e limpida d'un cielo senza macchie, d'un azzurro divinamente luminoso.Già si dice delle due Cene dipinte da P. nel 1563 e nel 1573: l'argomento fu uno dei preferiti dall'artista, il quale trovava in esso, non solo il mezzo per sfogare il suo amore naturale per il fasto, la signorile ricchezza delle prospettive e l'osservazione minuta dei particolari - che rende meno strana l'opinione del Berenson ch'egli sia un Altichiero, cioè uno spirito gotico, risorto in pieno Rinascimento - ma anche e più il mezzo d'allitterare le forme architettoniche e umane e quindi il doppio risultato di moltiplicare all'infinito lo spazio con una serie di linee oblique, le come si comportino come prismi in cui la luce sembra frantumarsi nell'iride dei colori puri, sempre però costruttivi, e sempre scalati alla veneziana con un istinto familiare (spesso sopra il rispondersi di associazioni lontane) così impeccabile, che talora ha del miracoloso. Ricordiamo, tra codene Cene, quella per la famiglia Coccina nella Galleria di Dresda, e poi a posteriori e più complesse di Brera, di Monte Berico a Vicenza, che preludono l'ultima, citata, del 1563, per i frati di S. Giovanni e Paolo, la più vasta e mirabile.Contemporaneamente un codesti conviti, dipinse moltissime altre tele di oggetto specifico, dove però sempre s'affermano quella sua attesa al sogno gaio, brillante, ritmato, e quella sua virtù d'esprimere, non già con la densa e profonda orchestrazione tizianesca, o il balenante notturno del Tintoretto, ma con l'accordo, leggerissimo, i colori squillanti e vivi: e insieme quel suo carattere, impropriamente detto esteriore, che lo porto a scegliere argomenti profani oa trattare profanamente argomenti sacri. Ricordiamo le quattro tele eseguite per la famiglia Coccina (1560) tutte a Dresda; la Famiglia di Dario ai piedi di Alessandro della National Gallery di Londra; il Centurione davanti a Gesù del Prado; i ritratti o gruppi di ritratti a Firenze, a Dresda, ad Amsterdam; le composizioni di soggetto sacro, quali lo Sposalizio mistico di Santa Caterina dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, il Battesimo di Cristo (1566-67) della parrocchiale di Latisana, ecc. Nel suo ultimo tempo il Veronese ascoltò qualche suggerimento offertogli dalla pittura lagunare, come s'era venuta formando in seguito agli apporti di Tiziano, Tintoretto, Bassano: ma racconto accoglimento non menoma in nulla il mio stile originale dell'arte, semmai ne arricchisce tecnicamente I registri, lasciandone intatta la singolarità del timbro.Sono di questo momento il soffitto per il Magistrato delle biade, oggi all'Accademia di belle arti di Venezia, e le magnifiche tele del Palazzo Ducale, composte dopo l'incendio del 1576. In queste opere, di carattere mitologico o allegorico, P. ci si rivela ancora verace interprete dello spirito della pittura veneziana, che da Bisanzio aveva ereditato anche la tendenza aulica di celebrare e quasi deificare l'impero e di esaltarne le glorie in "tavoleRicordiamo la Vittoria di Lepanto, forse il più chiaro indice di questo momento, a cui si collegano moltissime altre tele precorritrici di ardimenti moderni, e infine la immensa, prodigiosa decorazione della sala del Maggior Consiglio.Paolo educò all'arte i figli Carlo e Gabriele, e una numerosa schiera di discepoli per lo più mediocrissimi, che diresse il fratello Benedetto, il più devoto e schietto fra i suoi collaboratori, spesso sul tardi, smodati.La pittura del Veronese è tra le poche di altezza veramente suprema, Giacinto in nessun artista, vieni in lui, il cosiddetto contenuto non vale in quanto dà concretezza all'armonia delle forme raffaellescamente equilibrate in un riposato ritmo, e al brillare dei colori, i quali, pur impeccabilmente accordandosi in un insieme intonatissimo, non rinunciano mai all'individualità del loro timbro particolare, alla chiarezza della loro voce, all'intensità della loro "vita sensuale"Il seme è arrivato nel Cinquecento, difatti, non fiorì rigoglioso che nel Settecento.Il suo tempo è l'incondizionata adorazione dei contemporanei tutelari della pittura veneziana (alla quale, poi che si faceva per via dell'eredità tizianesca piuttosto nebulosa, diede quasi una nuova verginità); rialzò il tono emotivo della città ispirandole una rinnovata e trionfante gioia di vivere. Lo si dice un superficiale, ma l'osservazione è filistea. Egli è un puro, un fanciullo. L'arte sua non pretende di insegnarci nessuna verità intellettuale, ma solo sembra ripeterci sorridendo le parole di Keats: "Una cosa bella è una gioia per sempre"(V. tav. LXI-LXVIII). | di Giuseppe Fiocco © Treccani, Enciclopedia Italiana

Guarda il video: Mostra di Simone Peterzano a Bergamo (Giugno 2020).

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