Artista realista

Pio Fedi

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Pio Fedi - Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti
Nella presente scultura, Pio Fedi (1816-1892) ci presenta un'immagine del corteggiamento di Dianora. Il gesto delicatamente persuasivo di Ippolito trasmette il suo intenso ed immediato affetto per Dianora, mentre la sua apparente reticenza evidenzia la relazione agonistica tra le loro due famiglie e le difficoltà associate alla loro unione. L'allenamento di Pio Fedi come orafo e incisore è evidente nella scultura virtuosistica dei tessuti ricchi e delle diverse superfici. La complessità della scultura, unita alla piccola scala del gruppo, gli conferisce una preziosa qualità gioiello. La firma è paragonabile a quella di Il sospetto di Pio Fedi nell'Ashmoleon, anch'essa datata 1872, e che, secondo Nicholas Penny, potrebbe essere stata scolpita come pezzo speciale dallo stesso Pio Fedi.
Pio Fedi - Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti
La storia d'amore tra Dionora de Bardi (o Leonora de 'Bardi) e Ippolito Buondelmonti è raccontato dal celebre teorico e architetto del Rinascimento Leon Battista Alberti (1404-1472) nella sua Storia de Ippolito Buondelmonti e Leonora de 'Bardi. La novella di Alberti parla di due dinastie fiorentini, i Bardi e i loro nemici particolarmente bellicosi, il Buondelmonte. L'azione è ambientata su uno sfondo teso, con il capo di ogni famiglia che sfila per le strade di Firenze accompagnato da un massimo di 300 sostenitori armati.
Mentre partecipa a una festa, lo sguardo del giovane Ippolito incontra quello della bella Dianora; cadono all'istante in amore. Imparando che l'oggetto dei suoi affetti appartiene al clan rivale Bardi, Ippolito cerca l'aiuto della zia di Dianora, una badessa, che segretamente introduce Ippolito nella camera di Dianora dove si nasconde dietro una tenda. Dianora, pensando di essere sola, dichiara il suo eterno amore per Ippolito.
Cadendo in un sonno irrequieto, chiama il suo amante, che, incapace di sopportare le sue grida angosciate, appare al suo fianco e la bacia. I due giurano fedeltà reciproca l'un l'altro in una cerimonia nuziale informale e acconsentono a incontrarsi diversi giorni dopo, quando Ippolito salirà alla camera di Dianora di notte. Sulla via di questo collegamento, tuttavia, Ippolito viene intercettato da un agente di pattuglia, che, notando la scala di corda che Ippolito sta trasportando, lo arresta come un ladro. Pur essendo di fronte alla pena di morte, Ippolito confessa coraggiosamente al furto per proteggere la sua amante dalla colpa. Viene salvato da Dianora, che annuncia pubblicamente il loro matrimonio, e i due sono felicemente riuniti. | © Sotheby's
Pio Fedi - Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti Pio Fedi - Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti
La "Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti", opera dello scultore Italiano Pio Fedi (Viterbo, 31 maggio 1816 - Firenze, 1º giugno 1892) Si tratta di una delle più romantiche di Firenze, quella di Dianora de 'Bardi, raccontata dal celebre Leon Battista Alberti (Genova, 18 febbraio 1404 - Roma, 25 aprile 1472) - architetto, scrittore, matematico, umanista, crittografo, linguista, filosofo, musicista e archeologo rinascimentale italiano - nella sua novella "Storia de Ippolito Buondelmonti e Leonora de 'Bardi".
La storia d'amore di Ippolito Buondelmonti e Dionora de Bardi (o Leonora de 'Bardi) ebbe grande popolarità tra il XV e il XIX secolo. Composta nel Quattrocento, la novella fu tramandata da diversi codici manoscritti e subito divulgata da numerose edizioni a stampa di area toscana e veneta. Tema della novella è l'amore ostacolato e infelice tra due giovani, appartiene a famiglie nemiche.
Si tratta di uno stile che stimola la fantasia degli autori di ogni tempo, ma, una differenza delle migliori celebrità di Piramo e Tisbe o di Romeo e Giulietta, in questo caso tra Ippolito e Lionora non solo sarà coronato dal matrimonio, ma anche alla pacificazione tra le due famiglie. Il riferimento alla tragedia shakespeariana non è casuale: la novella di Ippolito e Lionora, in effetti, si colloca ai prodromi della tradizione italiana che lo stesso Shakespeare attingerà per scrivere il suo capolavoro.3 Le edizioni moderne, che presenta la novella con il titolo di Istorietta amorosa di Leonora de 'Bardi e Ippolito Buondelmonti, ipotizzano una sua attribuzione a Leon Battista Alberti, benché tutti i testimoni antichi, manoscritti o stampa, presentino il testo adespoto.4 In ogni caso, l'opera è sicuramente anteriore al 1467, datazione di uno dei manoscritti che la riportano.
La vicenda narrata dall'Istorietta è ambientata a Firenze e ha inizio nel giorno di San Giovanni, festa patronale: in questa occasione si incontrano per la prima volta Ippolito Buondelmonti e Leonora de 'Bardi.
Pio Fedi - Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti Pio Fedi - Dionora de Bardi e Ippolito Buondelmonti Statua di Leon Battista Alberti - Galleria degli Uffizi, Firenze Leon Battista Alberti -Storia de Ippolito Buondelmonti e Leonora de 'Bardi
Leon Battista Alberti - Storia de Ippolito Buondelmonti e Leonora de 'Bardi, c. 1495
"Nella magnifica e bellissima città di Firenze sono due casati d'antiqua nobiltà e gentilezza, l'uno chiamato de 'Bardi, l'altro de' Bondelmonti, li quali sono insieme inimici per la loro grande potenza e ricchezza Amerigo de 'Bardi, cavaliere di grandissima riputazione e prudente di consiglio, l'altro nel suo primo tempo messer Bondelmonte de 'Bondelmonti, cavaliere animoso e di grande affare, e così via fu fortuna della fortuna, ebbe uno solo figliouolo chiamato Ippolito Bondelmonti. Erano quelle parti ricchissime e di roba e di superbia, e nella inimicizia vecchia assai crudelmente insanguinato, per modo che né messer Amerigo né messer Bondelmonte osavano andare con manco di trecento persone bene armate. di quanto sia sia il suo fuoco.
Di che essendo già Leonora d'anni quindici, e andando al di Santo Giovanni a vedere la festa, e ritrovandosi Ippolito, il quale era d'anni diciotto, ancora lui a Santo Giovanni, gli venne risguardata la fanciulla, la quale per ventura guardava lui. E siccome si scontraro con gli occhi, si punsono il cuore d'amore si disira in racconto modo che, prima si partitino quivi dal tempio, l'uno dell'altro fortemente s'innamorò. E più volte ferita insieme con la coda dell'occhio, si dimostraro il loro amore essere parimente equale, non conoscendo però lui lei né lei lui. Di che partendosi Leonora con la sua compagnia, Ippolito la seguitava assai onestamente un poco di lontano, intanto che conobbe lei è la figliuola del loro capitale inimico. La verità è che l'amore di casa è un po 'celatamente, e guarda il mio, con un amoroso pollice in su licenza da parte sua cura, in casa e in casa, vedendo Ippolito, domandò una sua vicina chi lui fusse. Intese come lui era figliuolo di messer Bondelmonte Bondelmonti; della qual cosa ella assai ne fu dolente e grama, e partita dalla finestra, se n'andò in camera dolendosi della fortuna. E quanto più è impossibile il vedersi spesso, tanto più l'amore di ogni parte, per modo che l'infelice Leonora, la luce rinchiusa in camera sola, lamentandosi dell'amore diceva: "O iniqua e crudelissima fortuna, nemica d'ogni piacere, vieni sofferisci tu che tante pene in me alberghi e riposi? Perché non umili tu li cuori dei nostri padri? Perché quello amore è tra di noi, non è in fra loro? O dispietata sorte! O duro caso! Perché tanta asprezza, perché tanta crudeltà ne 'cuori dei nostri padri! Perché l'antiqua inimicizia, perché le antiche discordie nacquero mai in fra gli nostri passati? Perché non s'estinguono, che tanto fuoco quanto il mio almeno si pascesse del vedere? ". E in simili e altre dolorose parole la valorosa fanciulla e la notte e 'il giorno con le lacrime consumava.
Ippolito, che non è stato il mio modo di vedere la parola, conoscere non può vedere quella ch'egli semper teneva scolpita nel cuore, di dolore e malinconia tutto si consumava, per modo che ogni piacere gli era tornato in tedio, e abbandonati tutti li suoi amici e compagni, poco usciva di camera; anzi semper sanza è consolazione si sta sul letto, bestemmiando la crudele disposizione de 'fati, maladicendo la perfida inimicizia paterna: "Ahi fiero e crudo amore, ingrato di tanta umiltate quanta è stata la mia, che primo giorno che ti piacque , mi sottomisi al tuo giogo! Perché di tante persone sono bellissime sono nella nostra città, non mi hai messo nel cuore l'amore vieni qui, aspro e crudele insieme a lei e a me fai abbondare angosciosi pensieri? Questo certo non è merito della nostra fede. Maledetto sia il giorno che gli occhi miei guardati tanto, poiché di là nascere doveano tanti tormenti e tanti martiri. O dispietata fortuna, vieni sofferisci tu che la mia tenera gioventù in lacrime si consumi? Certo io veggio la mia vita finito per l'amore di quella che tanto m'ama. Piacciavi, o fati, cavarmi di questi martiri, perché assai più mi duole l'affanno della mia singulare dea che 'l mio ". E fra sì dolorosi pensieri il nobile giovane la sua vita consumata, e raro usciva di casa, perché nulla gli gravava altro che non potere vedere la ninfa amata, dove non osava passare da casa di costei pel gran timore dell'ardua nimicizia .
Di che Ippolito, sentendosi crescere l'amore e mancare la speranza, cominciò per la grande malinconia a perdere il sonno, anzi sempre avuto ogni suo pensiero a Leonora. E già essendogli venuto a noia il cibo, si mise tutto più allegro, festivo, lieto, giocondo, faceto giovane di Firenze, più bello, più fresco e universale, in breve tempo divenne melanconico, magro, solitario, pallido, doloroso e saturnino più che altro della città. E infine, mancandogli li sentimenti naturali, divenia di giorno in giorno più simile ad uomo morto che vivo; della qual cosa 'l padre e la madre erano molto dolenti. E cercato da medici quali sono le ragioni di tanta mutazione, non trovavano altro che continua malinconia che nocesse al giovane. Non credo che sia così, così come la malinconia procedesse, ho iniziato a pensare a un maschio, ho detto che non posso parlare con lui, ho detto che non è così? trovava, non era possibile dargli rimedio, e non rimediando, che in breve tempo se ne morirebbe. Di questo i suoi assai gravi dolenti, il suo padre e la sua madre, il mio non è altro figlio o nessun altro bene. E tanto più gli doleva quanto, non sapendo il male, non lo stivali aiutare. Onde che la sua madre, la quale portava gran pena del maschio del figlio, cercò con molti ingegni di sapere come si fusse la cagione di tanta malinconia. E infine, trovando il mio figlio duro e pertinace nel negare e nel tacere, vinta da materno amore, in camera, sola col suo figliuolo con molte lagrime cominciò così a parlare:"Ippolito, io non so se ricorda degli affanni che io ho portati per allevarti, e dei caldi, freddi, fama, sete, sonni e vigilie ho patite per tuo amore e per allevarti in più delicatezze e costumi che mai figliuolo fusse allevato. E per maggiore mio dolore sono già così tanti, non aspettando già questi impii colpi di fortuna, e assai appagata io mi teneva dell'amore ti portavo, veramente credendo che tu mi avessi in luogo di madre, in amore e in riverenza. Qual è la tua vita e la tua esperienza in tutto il contrario, che a me vuogli tener testa al tuo dolore, acciocché non si possa rimediare al maschile. Anzi per la mia pena vuogli che io perda sanza alcuno aiuto, e per maggiore mio dolore non vuogli che io possa piangere la cagione della morte tua ". Il mio amore e il mio amore sono molto positivi, mostrandogli il petto disse: "Caro figliuolo, risguarda il ventre che nove mesi con tanto affanno ti portò; vedi il petto che con tanto amore del suo latte ti nutricò; vedi le braccia che tempo con dolce e soave peso ti sollevorono. Muovati dunque compassione delle lacrime, pianti, lamenti e sospiri della tua misera madre, e quella pietà che non hai di te, abbi di me, che certo in questa infelice e misera vita senza te delibero non stare. Non volere essere un punto cagione insieme della tua vita mia perdono, ma più presto, o dolce e caro figliuolo mio, riserva l'una e l'altra. Piacciati, vita mia, non mi piace più in lacrime consumare. Dimmi adunque, o cara speranza, che è la cagione di tanta malinconia che ti grava in sì duro male. Se no, qui vedrai alla tua presenza di dolore creparmi il cuore. Dolcissimo figliuolo, poiché non ti curi del morire, almeno la tua dolente madre ti sia raccomandata. Che domanda domanda non mi sia negata. Tempera omai le lacrime della infelice madre, e non mi lasciare sanza contento dell'ultima domanda ". E poi si parla di lacrime e sospiri, aspettava che risponde il figlio delle donne.
Ippolito, benché nel cuore solo la sua amata Leonora, mosso da materna tenerezza, volti li languenti occhi verso l'affografia madre, sanza lacrima con costante animo disse: "Madre, meglio mi stringe e pesa il dolore , ma poiché la crudele fortuna ha disposto nella mia giovinezza, la vita, vi conforto a pazienza, e priegovi non vogliate in maggiore dolore la morte più dura. Bastimi le pene mie; onde che, essendo il mio maschio irreparabile, delle mie membra sazierò il crudelissimo fato. Dolce madre, vogliate accordarvi col volere d'essa fortuna, e non cercare di sapere quello che v'abbi a crescere di duolo. E poiché al corpo non puoi osare alcuno aiuto, non vogliate aggravare l'anima con maggiore dolore ". E detto queste parole con gli occhi abbondanti di lacrime, si voltò lato del letto. La madre, vedendo la durezza del figlio e la pertinacia, con altro modo cominciò un tentativo di sapere il fatto suo. "Ippolito, - diss'ella, - che più figliuolo non ti voglio adimandare, già questa risposta non aspettava io da te. Ma considerato di me ti cale sì poco, ma il latte che ti nutricò. E poiché 'la morte ti giova per lasciarmi maschio contenta, da me mai sarai benedetto; e così l'anima tua col corpo vada con la mia maladizione ".A queste parole il valoroso Ippolito, rivolti verso la madre gli suoi occhi: "Madre mia, - diss'egli, - se io credessi che altra persona che voi né nella vita né dopo la morte di un sapere quello che io vi dirò, certo io mi tacerei. Ma come spero che voi mi terrete secreto, v'avviso come alla mia salute non è altro riparo, perché se io non veggio Leonora de 'Bardi, la mia vita sarà brevissima ". La madre con tutto il caso gli parla duro e difficile, puro per confortare il mio figlio disse: "Non dubitare, che io faccio al tuo fatto in buono modo". E partitasi dal figliuolo incontanente se n'andò ad un monasterio, doveenere monache, chiamata Monticelli, al cui governo era una abadessa, sorella della madre di Leonora, donna assai benigna e graziosa. E quivi, benché le inimicizie fussino fra 'loro parenti, fu dall'arrabbiata lietamente ricevuta; dove dopo molti ragionamenti ella aperse il suo cuore all'arrabbiata, e narrandogli il caso la pregava di consiglio e d'aiuto. L'abadessa, la quale era di natura umile, benigna e grandemente pietosa, con buone parole s'ingegnò di confortare l'affannata madre, e infine disse com'ella deliberava di dare modo alla salute d'Ippolito, e che quanto il suo onore patisse, lui vedrebbe Leonora a suo diletto. Di questo molto è confortò la donna, alla quale l'abadessa disse: "Dite e Ippolito che si conforti e che attenda una guarire bene, e che domenica sera verranno qua da me, che al fatto suo vedrà il rimedio che io gli troverò" . La donna, ritornata a casa, fece ad Ippolito l'ambasciata dell'abadessa; il quale confortatosi molto, in due giorni tutto si riebbe.
L'abadessa invitò molte fanciulle alla festa di Madonna Santa Maria di settembre, la quale era il lunedì prossimo, e fra le altre invitò Leonora sua nipote. La domenica sera Ippolito, uscitosi della sua casa, se n'andò al monasterio di Monticelli, e i quivi dall'abasessa ricevuti a porte chiuse, è da lei assai teneramente confortato. Alla quale Ippolito pietosamente disse: "Madonna, assai di forza ho i colpi dell'amore, più che stimano quelle persone che non hanno provato, in tanto è innamorato ogni cosa licita sanza . E perché questi sono fatti che non sono un patto, è piaciuto alla fortuna che di tante fanciulle quante bellissime sono nella nostra città e di grande affare, la mia immagine E certo che la speranza dell'aiuto mi tiene vivo, dove già sono più giorni che la vita mia sarebbe finita. A voi dunque mi raccomando e alla vostra infinita prudenza, acciocché per Dio e per voi la mia madre dica avere la vita racquistata del suo figliuolo ". E detto queste parole attese la risposta.
L'abadessa, udite le pietose parole d'Ippolito, disse: "Figliuolo, se alla tua salute e alla consolazione della tua madre io non avessi deliberato osare riparo, non bisognava che io ti conducessi qui; anzi come nimica della tua salvezza La mia domanda e compassione del tuo stato d'animo, poiché la tua domanda è fondata in sulla proprietà, delibero col mio onore salvare la tua vita. E però domani dopo desinare tu ti starai qui in camera mia drieto al letto, e vedrai Leonora a tuo piacere. Ma voglio che tu mi prometta, quanto tu hai caro il suo onore e amore, che tu non gli farai nessuna violenza ". Ippolito promisse all'abadessa quanto ella volse. Leonessa andò alla festa, e dopo il desinare, venendo l'ora di riposarsi, tutte andarono a dormire, come in una camera e quale in un'altra. L'abadessa menò Leonora seco alla camera sua, e la serratola in camera se n'andò fuori. La fanciulla, essendo sola in camera secondo il suo credere, cominciò a dire la sua mente verso Ippolito, e quivi salita nel letto diceva: "O fiero destino che nel cuore mi mostesti l'immagine del mio dolce Ippolito, perché non consenti alla morte Mia? Ahi, ingrata e sconoscentissima Leonora, tu stai qui nel letto, e il tuo Ippolito forse piange per tuo amore; tu qui ora stai in festa, e lui forse vive in sospiri. Ahi, caro Ippolito, perché non sei tu qui in camera meco? Quali sarebbono i nostri ragionamenti, quanti sarebbono li nostri piaceri! Io son certo che il tuo cuore e tutti i tuoi pensieri sono universalmente con meco. Oh fortuna nemica d'ogni piacere, vieni non metti tu pace fra 'nostri padri? Dunque solo l'inimicizia paterna ne sturba li nostri diletti. Tu se 'giovane, e io giovane; tu bellissimo, e io ti piaccio; tu me ami e io moro per te. Perché non sei mio marito e io tua donna? Oh pensieri miei, ora che fa il tuo Ippolito? Certo sospira del non essere dove è la sua cara e amantissima Leonora. O dio d'amore, perché non consenzi tu ad un'ora contentare lui e me? O fussi tu qui, dolce Ippolito mio, quante volte t'abbraccerei e bacerei io, quanto avida e devota ti narrerei i miei presenti e passati sospiri? ". Ippolito sta ascoso, tendendo le braccia diceva: "Vieni qui, io sono così forte; vieni ti stringerei! ". E in queste parole la fanciulla s'addormentò.
Ippolito, essendo dietro alla cortina, vedeva e udiva ogni cosa, ma per la fede promessa mai volse fare parola, anzi con grandissimo affanno si tacea. Leonora, come fu addormentata, si sognava essere con Ippolito, e in sogno diceva: "Oh Ippolito mio, chi t'ha menato qui? Qual pianeta, quale destino c'è stato tanto benigno? ". E credendo di abbracciare Ippolito, stringeva le braccia baciando il vento. Ippolito vedendo questo, non gli parve più tempo d'aspettare, e senza spogliarsi altrimenti, quando ella stendeva le braccia, s'entrò allato a lei nel sul letto, e quivi stato un poco, cominciando un baciarla, ella dal sonno si destò , e trovandosi gente allata, tutta spaurita fu tentata di gridare, quando Ippolito disse: "Taci, Leonora, e odi 'l parlare mio. Sappi - diss'egli - che io sono il tuo ippolito, il che poco avanti tu con tante lacrime hai voluto, e sono venuto a un certo punto in cui la mia vita sarebbe finita, cioè il vederti, e questo mercé e la grazia della tua zia. Piacciati, poiché nelle tue mani è la vita e la morte mia, d'eleggere di me quello che ti piace. Se lo mio vivere ti piace, non gridare, anzi benignamente ascolta il misero amante che per te muore, il che è qui per la via via condotto a porte chiuse ". E quivi gli narrò tutto il modo. Poi disse: "Leonora, io sono qui per contentare ogni tuo piacere; però, piacendoti la morte mia, ecco con questa coltella mi cava di tanto affanno ". E cavatosi un pugnale da lato, il diede nelle mani di Leonora, la quale veramente conoscendo 'il grande amore d'Ippolito, e vedendo la comodità del tempo, disse: "Ippolito, assai mi piace la tua vita più che la morte; e non è che le mie mani facevano di te sangue, anzi ogni mio desiderio, da quel che mi ama è la mia immagine nel mezzo del cuore, è sempre stato di fare verso di te quello che serve è obbligato fare verso il suo signore. E però, dolce Ippolito mio, siccome poco avanti tu metti la tua vita nel mio arbitrio, togli la tua arme e di me fa il tuo volere come di fedelissima serva ". E insieme con parole per la vita e per i sospetti, baci e lacrime, e deliberarono non maculare la fede dati all'abadessa.
E però disse Leonora: "Ippolito, tu sai quanto è l'inimicizia dei nostri padri, e sapendosi l'amor nostro, non sarei mai quello che suole avvenire, cioè che per congiunzione di matrimonio si onestasse l'amore, perché li nostri padri per la loro inimicizia e crudeltà ci occiderebbono, così come il nostro amore sono sventurato bene. E però io ti conforto che tu porti porti saviamente almeno per mio amore se non vogli fare per il tuo, perché tieni per certo che, come messer Amerigo mio padre sapesse il nostro amore, con ogni arte s'ingegneria tormi la vita, la qual cosa così che molto ti dorrebbe. Io non ho cuore che pensi altro che a te, e se io mangio, beo, dormo, o quello che mi faccia, tutti i miei pensieri sono scritti nel tuo viso. Tu conosci quanto pericolo noi incorriamo sapendosi il nostro amore. E perché tu non creda che io ami te con manco vigore che tu me, sappi che io sto in una camera, sola, la quale ha una finestra che sopra la strada. E perché altro non c'è al nostro amore, tu verrai, io e il mio amico, io sono solo un filo della finestra, e attacerai la scala scala e attaccherollo al ferro della finestra, e tu sei sicuramente te ne verrai su per la scala in camera, e quivi stare stare due o tre giorni celatamente senza saputa d'alcuno; e in questo modo assai spesso daremo compimento alli nostri amorosi desiri. Ma prima che di qui partiamo, voglio che una fede l'uno dell'altro ci promettiamo di non torre altra mogliera o marito; anzi, poiché la fortuna vuole che in palese non potiamo guardarci, che ne 'nostri cuori non possiudere altro che nel mio il dolce Ippolito e nel tuo l'amante Leonora ".
El parlare di Leonora piacque tanto ad Ippolito, che per la grande allegrezza non poté rispondere altro che con dolcissimi baci ringraziarla, e strappandosi drieto al letto, l'abadessa venne alla camera per Leonora, e trovatala in sul letto sola, di buona voglia la saluto. Di che usciti di camera ne mandò Leonora a casa; e la sera Ippolito dopo molte grazie e profferte fatte all'abadessa se n'andò a casa, e quivi con grandissimo desiderio aspettava il venerdì. E 'stato ritrovato in una scala di corda, solo, in questa, in una lunga sequenza, in una testa, in un capo, se n'andò verso la cassa di Bardi, dove si trova l'attendeva dalla finestra. Di che, andando Ippolito ed essendo già appresso al canto che arrivava alle case di Leonora, la maladetta fortuna gli apparecchiò uno strano caso, e questo è il cavaliere del podestà, andando alla ricerca di notte e vedendo Ippolito, cominciò a seguitarlo E fuggendo lui, la berretta gli cadde, colomba 'il cavaliere, veduta la scala, cominciò più volenteroso un seguitarlo, dubitando che non è successo alcun ladro, e tanto fatto che giunse Ippolito e domandollo dov'egli andasse con quella scala a tal ora. Ippolito, per non vituperare Leonora, disse come quella scala andava ad imbolare. Di che il cavaliere, maraviglioso del fatto, pur vero per la scala e il fuggire suo e della confessione, deliberò menare Ippolito seco al podestà. El giovane, essendo adomandato dal podestà, arriva come lui andava a rubare. El podestà, maravigliatosi dell'appetito bestiale del giovane, il quale era figlio dell'uno de 'primi uomini di Firenze, volentieri non sonobbe voluto che gli fusa capitato alle mani, vedendo la sua umanità, bellezza e infinita gentilezza; ma puro, vedendo la sua confessione, deliberò ritenerlo seguitando lo stile della ragione.
Leonora, aspettando il suo Ippolito, si maravigliava di tanta tardanza, e infine vedendo che già il giorno appariva, tirato il filo dentro, si mise un sedere in sulla panca del letto, pensando a qual è la verità che il suo Ippolito non era venuto, e temendo varie e diverse cose. La mattina la novella si spande per Firenze come Ippolito Bondelmonte è stato preso per ladro. Onde che a tavola di messer Amerigo, ed essendovi Leonora, lui dice alla moglie: "Non sai che il figlio di messer Bondelmonte questa notte qui appresso a casa mia è trovato con una scala di corda che è una furare, di che lui è nelle mani del podestà; e sanza martirio ha confessato che andava ad imbolare, sì che io credo che lui sarà giustiziato come rubatore ". Leonora, udendo parole, tutto si smarrì, e partitasi accidentalmente da tavola se n'andò in camera, dove per lo gran duolo non poteva parlare; anzi tutta aghiacciata, serrato l'uscio della macchina fotografica e postasi in sul letto, avevo il sangue dal dolore più ghiaccio che neve. Poi riavutasi un poco, "Ahi, morte - diss'ella - perché non mi cavi di queste pene? Ahi, sventurata Leonora, non vedi tu che per tuo amore Ippolito è giudicato a vergognosa morte? L'amore e la speranza? Non volere più vivere al mondo poiché 'il tuo fato in ogni cosa è contrario. Vieni qui tu vivere sanza Ippolito, il quale non vuole vivere, non sono salvo il tuo onore? ". E parole simili e altre dolorose parole la povera fanciulla, asciutti gli occhi, se n'andò in sala a sentire se nulla di nuovo udiva del suo amante.
Ippolito perseverava nella confessione, in tanto che il podestà lo fece raffermare un banco, e assegnare il termine a produrre ogni sua difesa. Di che giunto il termine, il podestà fa mettere in punto per far giustizia. E qui mandato pel padre d'Ippolito, "Vedi - diss'egli - il tuo figliuolo è nelle mie mani, il che di sua volontà ha confessato e confessa, e lo ha definito il delitto. Dio sa che me duole d'essere esecutore di questa giustizia, ma bisognandomi seguitare l'ufficio mio, io ti priego che tu mi perdoni e pensi che sia la cosa fatale ha deliberato. E acciocché tu sappi se io ti dico il vero, io voglio che tu parli al tuo figliuolo ". Eppelo nel luogo ov'era Ippolito, al quale messer Bondelmonte con un fonte di lacrime si gli gittò al collo abbracciandolo e baciandolo. "Figliolo - disse'egli - un mal di testa, che è tutto quello che sento. E certo non ti faceva bisogno la roba d'altri. Ma la fortuna ha permesso questo acciocché la vita mia più non sia contenta, anche quella della tua dolorosa madre, la quale io sonoi in tanto pianto e dolore, che io non so se io la troverò viva ". A queste parole l'infelice Ippolito nulla rispondea; di che 'padre dopo molti lamenti si partì.
Il podestà la mattina a buon'ora fa mettere fuori lo stendardo, e fa suonare la prima volta la campana della giustizia. Leonora, che ebbe il pensiero levato, quando la campana sonò, essendo a porte chiuse, gli parve quel botto della campana gli desse nel mezzo del cuore, e cadde in terra trangosciata. E tornata in sé, insieme con l'animo gli tornò la pena, e avendo tutto il pensiero levato, aspettava ne 'grandi tormenti la morte d'Ippolito con animo di torsi anche lei la vita. Intanto suona la seconda e la terza volta la campana, e letta la condannazione, Ippolito detto al podestà: "Voi sapete la grande inimicizia è come è stato ed è fra i Bardi e noi; e poiché la fortuna ha voluto del mio meglio sì oscuro e brutto bene, almeno l'anima mia vorrei secondo il mio potere conduttore una migliore fine. Eppure vi prego che vi piaccia, mandandomi alla giustizia, che io faccia la via da casa dei Bardi, acciocché possa domandare perdono dell'odio che io vieni nimico ho portato loro ". Questo fatto Ippolito solo per vedere Leonora una volta prima che morisse. Di che 'l podestà, parendogli la domanda lecita e onesta, commise al cavaliere E così con lo stendardo e con la famiglia dell'official partitisi dal palazzo, s'avviorono verso la casa di messer Amerigo, il quale, avendo inteso la domanda d'Ippolito, con tutti li Bardi si partì di casa per non avere un perdonare al suo nimico, e nelle loro case solo rimasono le donne. Leonora spesso alla finestra, e intanto ella sentì la tromba, la quale va sonando quando è va alla giustizia, il che suono gli parla uno coltello nel cuore. E ingrasso alla finestra, vide lo stendardo della giustizia, e vedutolo, dalla grande angoscia occupati li sentimenti naturali, cadde adrieto in terra come morta. E presto tornata in sé, fecesi alla finestra; ed eccoti venire Ippolito tutto vestito di nero con molti canapi intorti alla gola fra due manigoldi, il quale alla prima ebbe volti gli occhi verso la finestra, e veduta Leonora, si scontraro insieme con gli

Guarda il video: , Firenze, Uffizi, Conferenza Ratto di Polissena, Pio Fedi 360 4K (Aprile 2020).

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