Arte rinascimentale

Tintoretto (1519-1594) | Pittore manierista

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Tintoretto fu un artista di immensa produzione e stile drammatico che emerse dalla Scuola di pittura veneziana. Fu uno dei pittori veneziani più noti accanto a Tiziano (1485-1576), dopo essersi allenato molto brevemente sotto il maestro. Tintoretto aveva grandi ambizioni e adornava un'iscrizione nel suo studio che diceva "Il disegno di Michelangelo e il colore di Tiziano"In questo ha cercato di produrre i brillanti metodi compositivi di Michelangelo, mentre utilizzava il colorito audace di Tiziano, un obiettivo del più alto ordine per la pittura del Rinascimento.Esso viene spesso detto per annunciare uno stile barocco di pittura.Tintoretto è nato Jacopo Comin e chiamò Jacopo Robusti in gioventù, ma artisticamente fu spesso chiamato Il Furioso, per la furia in cui era dipinto. Potrebbe essersi allenato con Titano nel 1553, ma si dice che il maestro lo abbia mandato a casa dopo una breve decina di giorni a causa del suo talenti ovvi. Può aver anche addestrato con i pittori veneziani, Bonifacio Veronese (1487-1557), Paris Bordone (1500-1571), e ha lavorato a stretto contatto con, così influenzato da, Andrea Meldolla, chiamato Il Schiavone (1510-1563). Nonostante tutto questo, Tintoretto ha sviluppato uno stile molto indipendente e ha lavorato in modo solitario, raramente condividendo i suoi metodi.
Per portare grandi dettagli e prospettiva spaziale al suo lavoro, Tintoretto modellò modelli in cera e sperimentò il loro aspetto in luce. Ciò ha dato al suo lavoro un tocco esagerato di luce e movimento, ottenendo qualcosa di molto diverso dal suo obiettivo di design e colore. Kren e Marx del commento della Web Gallery of Art, "i suoi disegni, a differenza degli studi di vita dettagliati di Michelangelo, sono notazioni brillanti e rapide, irti di energia e il suo colore è più cupo e mistico di quello di Tiziano"Mentre producevano molto lavoro all'inizio, le tre opere che diedero il plauso di Tintoretto furono dipinte per la Scuola Grande di San Marco nel 1548. Le opere raffiguranti San Marco, Trovando il corpo di San Marco ad Alessandria e il corpo di San Marco portato a Venezia, sono esemplari dell'uso drammatico dell'artista della prospettiva e dello spazio.Il terzo pezzo, Il miracolo di San Marco che libera lo schiavo, mostra il suo abile uso di accorciamento iniziale e di audaci contrasti tra luce e ombre. Questo ha portato Tintoretto al dipinto della Scuola Grande di San Rocco a Venezia, dove completò un'incredibile vastità di opere, tra il 1564 e il 1594 fino alla sua morte. Un breve elenco di opere notevoli che Tintoretto dipinse qui includono la Crocifissione, l'Annunciazione, San Rocco presentato al Papa , San Rocco portato in prigione, La piscina di Bethesda, San Rocco che cura le vittime della peste, San Rocco confortato da un angelo, San Rocco in solitudine e San Rocco che guarisce gli animali, ma le molte opere magistrali dei suoi nel cap sono troppe da elencare qui.
Tra gli altri artisti con cui Tintoretto lavorava in chiesa c'erano Paolo Veronese (1528-1588), e insieme con il passato di Tiziano, divennero noti come l'essenza della Scuola pittorica veneziana. Anche Tintoretto dipinse il suo più grande pezzo unico, il Paradiso, un enorme dipinto che è stato notato come il più grande mai realizzato su tela. Ha anche prodotto una buona quantità di pezzi di ritratti. Se lavora ora alla Galleria degli Uffizi è Portrait of a Man (1546), Leda and the Swan, Christ and the Samaritan Woman at the Well, The Samaritan Woman, Portrait of a Venetian Admiral, Ritratto di un uomo con la barba rossa, Ritratto di Jacopo Sansovino e Sant'Agostino guarisce gli storpi, (attribuito a Domenico Robusti, detto Tintoretto). | © Galleria degli Uffizi, Italia












Robusti, Jacopo (Jacomo, Giacomo), detto Tintoretto - Primogenito di Battista, tintore di seta, nacque a Venezia nel 1519, viene considerato dall'atto di morte del 31 maggio 1594 che lo indica di settantacinque anni. La madre non conosce il nome, mentre l'unico fratello al quale rimase legato da consuetudine sembra essere stato Domenico.Questi, secondo la testimonianza di Anton Francesco Doni (1553, 1998, p. 41), intorno al 1552 si stabilì a Mantova colomba frequentemente la corte gonzaghesca, probabilmente in qualità di musicista.Le informazioni sulla vita di Jacopo sono molte, sia per quelle riportate dalle fonti, sia per la copiosa documentazione. Eppure, una parte qualche supplica e un biglietto al cardinale Ercole Gonzaga datato 9 maggio 1562, non si conserva alcuna lettera privata.Da una Genealogia apocrifa della sua famiglia se ne apprendono le origini bresciane e il vero fatto, Comin.Il padre, con il fratello Antonio, partì da Brescia nel 1509 per combattere al fianco dei veneziani durante l'assedio di Padova; la forza dimostrata in battaglia valse ai due fratelli l'appellativo di Robusti, assunto poi vieni qui dopo il trasferimento a Venezia.Dalla professione del padre Jacopo derivò il nome d'arte, e vieni «Tentor»Firmò i primi quadri; così confrontare nell'epistolario di Pietro Aretinovalenti pittori »viventi che Paolo Pino inserisce nel suo Dialogo di pittura (1548, 1946). Forse il diminutivo Tintoretto fu coniato dagli amici per la sua statura minuta che, insieme alla pungente personalità, gli valeva l'epiteto di «granelo de pevere» (grano di pepe), come lo definì Andrea Calmo (1547-1556, 1888, p. 132) in una lettera del 1548.Con pochi tocchi il commediografo veneziano restituì in maniera pronta e affettuosa la figura fisica e morale di Jacopo, dimostrando di condividerne l'attualità del linguaggio; caratteristica che dovette sembrargli quasi una traduzione pittorica di quella parlatapluridialettale' (un misto di veneziano, pavano, bergamasco e dalmatino), in cui l'autore si cimentò nella scrittura delle sue commedie e dell'epistolario.Dal sesto decennio in poi il soprannome divenne ufficiale e venne Tintoretto, o Tintorello, venne citato dall'editore Francesco Marcolini in una lettera del 1551, da Anton Francesco Doni nei Tre libri di Lettere (1552) e da Ortensio Lando nel suo catalogo dei pittori moderni (1552). Definito da Giorgio Vasari «il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura»(1568, 1984, 468), Jacopo rimase per tutta la vita legato a Venezia, città dalla quale si allontò raramente. Frequentò letterati, architetti e musicisti e, a voler credere alle fonti, egli stesso era in grado di suonare più strumenti.Attraverso le sue opere prese parte al dibattito sul primato delle arti, tenendo sempre alto il confronto con la cultura centro-italiana; frequentò gli ambienti legati all'Accademia Pellegrina e nel 1553 Doni gli dedicò le Rime del Burchiello, per ricambiare l'omaggio del suo ritratto, oggi perduto.Alla luce della «condizione di decima»Presentata dal patrizio Urbano Bollani il 30 gennaio 1538 (1537 più veneto) si apprende che Tintoretto, appena diciottenne, avviò la sua carriera autonoma d'artista affittando per 20 ducati all'anno una casa con bottega nella contrada di S. Cassiano.Da un atto di testimonianza del 22 maggio 1539 risulta abitare nella stessa dimora, così entra in un documento del 1544 sottoscritto insieme all'editore Francesco Marcolini.Intorno al 1554 nacque la figlia Maria, detta Marietta, frutto di una relazione con una donna tedesca al di fuori del matrimonio, e dal 1555 Jacopo risulta già paga un affitto di 42 ducati annui per una casa a S. Marziale. Sullo scadere del sesto decennio sposò Faustina Episcopi, figlia di Marco Episcopi, anch'ella originaria di Brescia e «guardiano della maturità» della Scuola grande di S. Marco al tempo della committenza del Miracolo dello schiavo (Krischel, 1994). Contributo del procuratore Giulio Contarini, che nel 1552 aveva ingaggiato Tintoretto per la decorazione dell'organo di S. Maria del Giglio e di cui Marco Episcopi fu una sorta di segretario. Nel novembre del 1560 nacque Domenico (di cui v. La voce in questo Dizionario), e a seguire Marco, Gierolima, Zuan Battista, Ottavio, Lucrezia Sara Monica e Ottavia. Nel 1574 comprende un palazzetto alle Fondamenta dei Mori, colomba trasferì famiglia e bottega e rimase fino alla morte. L'ultima figlia, Laura, nacque dopo il 1584.La storia della sua formazione rimane oscura e imbastita di aneddoti romanzeschi. In questa tipologia di fonti rientra la notizia tramandata da Carlo Ridolfi (1642; 1648, 1914) di un apprendista nella bottega di Tiziano, durò appena dieci giorni una causa della gelosia del maestro nei confronti del giovane studente. Costretto a cercare fortuna in provincia, Tintoretto si aggregò prima ai muratori incaricati di restaurare il duomo di Cittadella, nel Padovano, poi a quei pittori di «minore fortuna» che dipingevano «le banche» sotto le arcate di piazza S. Marco, come il dalmata Andrea Meldola, detto Schiavone. Di questa attività si conservano le sei tavole del Kunsthistorisches Museum di Vienna (1543-44) con scene bibliche - forse dossali di cassoni - già ritenute di Schiavone prima che Detlev Freiherr von Hadeln (1922) le restituisse a Jacopo. Lo stesso impianto narrativo e paesistico, realizzato con una grafia corsiva - racconto da ricordare certe cadenze neobizantine -, si riscontra nelle quattro piccole tavole con storie del Vecchio Testamento conserva un Verona nel Museo di Castelvecchio.Non è possibile spiegare l'orientamento del gusto di Tintoretto senza tener conto della cultura manierista di importazione toscoromana ed emiliana che, tra il quarto e il quinto decennio del secolo - complice una frangia del patriziato di orientamento filoromano - investì Venezia. La cosiddetta «crisi manieristica» (Coletti, 1941) offre ai pittori della laguna i mezzi per superare la tradizione giorgionesca e adattarsi ai nuovi indirizzi della committenza.Tra i primi un reagire fu Giovanni Antonio de 'Sacchis, detto il Pordenone, le cui intemperanze stilistiche dovettero turbare non poco il giovane Robusti; Quando si parla di libri di Giulio Romano, si è in crisi della forma tizianesca già nel quarto decennio.Dal linguaggio parmigianinesco, agevolato in ambito veneto dalla circolazione di disegni e disegni, di cui Schiavone fu il mediatore principale , Jacopo derivò una tecnica di tocco fluido e sciolto, connessa a una rappresentazione della figura allungata e sinuosa. Altrettanto decisivo fu l'avvento dei cosiddetti «demoni etruschi» (Longhi, 1946, p 23): Francesco Salviati, Giuseppe Porta e Vasari, giunti a Venezia tra il 1539 e il 1541 (Pallucchini, 1950). Raffaello Borghini (1584, 1967) per la prima volta Jacopo «prese per principale maestro l'opera del divino Michelangelo [...] ma nel colorito i dadi di aver imitato la natura e poi meglio Tiziano» (pagina 551). I due poli opposti siano da Buonarroti e da Vecellio erano gli stessi che Pino aveva indicato come essenziali per la formazione dell'artista ideale; un presupposto sul quale Ridolfi (1648, 1914) elaborò il fortunato mitato dell'insegna che Tintoretto avrebbe posto nella sua bottega: «Il disegno di Michelangelo e il colorito di Tiziano» (pagina 14). L'utilizzo di calchi prende da Daniele da Volterra, «cavati dalle figure delle Sepolture de 'Medici [...] cioè l'Aurora, il Crepuscolo, la Notte, e il Giorno, sopra quali fatte studio particolare, traendone infiniti disegni a lume di lucerna, per comporre, tramite quelle ombre gagliarde che fanno que 'lumi, una maniera forte e rilevata »(ibid.), trova in molti disegni autografi e negli esercizi da diversi punti di vista del Sansone che lotta con un filisteo (Rossi, 1975) .Non solo, per ricavare lumi e ombre:
«Esercitavasi ancora nel lontano piccioli di qualità e di creta, vestendoli di cenci, ricavandone preciso con le pieghe dei miei panni le parti delle membra, quali divisava ancora entro picciole case e prospettive composte di asse e di cartoni accomodandovi lumicini per le fenestre» .
Al fine di ottenere una corretta visualizzazione della figura scorciata, anche, sospendeva con filicomponendo in tali modi bizzarre invenzioni»(Ibid.). Questa struttura progettuale, basata sul disegno e sullo studio dei modelli dal vivo, dovette giocare un ruolo fondamentale nella definizione di quella autentica sensibilità per l'elemento scenico e teatrale che Tintoretto risolse in chiave luministica per finite, e tanto una fatica sgrossata ». Alcuni frammenti di affresco provenienti da Ca 'Soranzo, le fonti letterarie e le incisioni di Anton Maria Zanetti (1760), documentano una precoce attività di frescante, dalla quale Jacopo apprese una certa'facilita'di esecuzione e la capacità di organizzare il lavoro in giornate. 22 aprile 1541, con la quale Girolamo Quirini raccomandò Jacopo al giurista Marco Mantova Benavides, in cerca di artisti per decorare la sua villa a Padova. Emblematica del periodo giovanile - per molti aspetti ancora controverso, dal punto di vista sia l'attribuzione del catalogo sia della cronologia di molte opere - è la Sacra Famiglia con s. Marco e il donatore Girolamo Marcello (1537 circa) di collezione privata.I caratteri stilistici del dipinto risentono ancora di suggestioni pordenoniane, non solo nel plasticismo delle figure, ma anche nella capacità del maestro di articolazione le attitudini con scioltezza, per mezzo di un linguaggio che appare già indipendente.Altrettanto significativa è la Madonna con il Bambino e sei santi Wildenstein, firmata e datata 1540, un'opera con forti richiami a Michelangelo e alle Sacre Conversazioni di Bonifacio de 'Pitati, in quegli anni un capo di una fiorente bottega in cui, forse, fu impegnato lo stesso Tintoretto.Nel contempo i quattordici ottagoni con storie tratte dalle Metamorfosi di Ovidio della Galleria Estense di Modena, commissionati negli anni anni da Vettor Pisani per un soffitto del suo palazzo a S. Paterniano, denunciano rimandi così puntuali alle istanze di Giulio Romano nella sala di Psiche a palazzo Te da rendere verosimile l'ipotesi di un sopralluogo di Jacopo a Mantova a ridosso della loro esecuzione.Di poco successo essiva è la Conversione di s. Paolo (1544 circa, Washington, National Gallery of Art), per la quale Tintoretto si rivolgono al cartone raffaellesco con la Caduta di s. Paolo per uno degli arazzi della Sistina, presente a Venezia nella collezione di Domenico Grimani.Sono questi gli anni in cui l'incontro con Schiavone è un peso determinante nella storia del pittore, non solo nel genere decorativo per mobilio, come si è detto, o dei dipinti di piccolo formato, ma anche in opere di maggiore impegno, quali la Disputa di Gesù al Tempio del Museo del Duomo di Milano, la Cena in Emmaus dello Szépművészeti Múzeum di Budapest e la pagina della Presentazione di Gesù al Tempio della chiesa di S. Maria dei Carmini, già creduta da Vasari opera del collega dalmata. Sul finire del 1544 Aretino commissionò un Robusti due dipinti con soggetti mitologici per il soffitto di una camera, uno dei quali identificato con la Contesa di Apollo e la Marsia del Wadsworth Atheneum di Hartford, negli Stati Uniti.Nella lettera di ringraziamento del gennaio del 1545, lo scrittore si fece primo banditore del talentuoso giovane, le cui immagini gli sembrarono «belle, e pronte, e vive».Allo stesso tempo tempo in luce è limitato alla« brevità del prezzo », la sicurezza con cui istituiamo un topos letterario che non è mai più inutile Jacopo, nel bene e nel male.Queste riserve, infatti , affiorarono nella letteratura contemporanea, trasformandosi in capriccio o bizzarria negli scritti di Francesco Sansovino (1561) e Vasari (1568), nel dialetto della pittura intitolato l'Aretino (1557), colomba Lodovico Dolce, pur omettendo il nome del «cattivo maestro», riferì in che modo Tintoretto mostrò «di aver bene avuto poca considerazione alora ch'ei dipinse la Santa Margherita a cavallo del serpente»(1557, 1960, p.170) .Dolce si riferisce alla tela con S. Giorgio, la principessa e s. Ludovico (1551-52), che provisores salis Giorgio Venier e Alvise Foscarini commissionarono un Jacopo per il palazzo dei Camerlenghi, oggi nelle Gallerie dell'Accademia di Venezia.E non è la sola allusione, poiché, discorrendo del decoro delle invenzioni, il letterato giudica sconveniente anche il telero ducale con la Scomunica di Federico Barbarossa da parte del papa Alessandro III, consegnato nel 1553 e oggi perduto.Nel tempo, questi giudizi sono intrecciati con il dibattito teorico intorno alla posizione di Dolce nei confronti della maniera moderna, così vieni nel testo del 1557, ma già in fase germinale nella seconda metà del quinto decennio.Assimilate le censure nei confronti dell'opera di Buonarroti che Aretino si espresse nella lettera lettera-invettiva del 1545, e accolto quelle di Doni verso i michelangioleschi, secondo il suo parere aveva storpiato le loro figure «muscolandole e ricercandole di soverchio e fuor di luogo» (Doni, 1549, 1970, c. 8v), queste considerazioni negative segnate il definitivo distacco di Lodovico da una posizione iniziale che è pura conseguenza di un Michelangelo e per riflesso anche un Pordenone.È considerato che l'apice di queste 'schermaglie critiche' ha coinciso con un episodio nodale nel processo di Tuffatore d'arte: la decorazione del soffitto della Libreria Marciana (1556-57). All'impresa presero parte Battista Franco, Giulio Licinio, Schiavone, Giuseppe Porta, Giovanni de Mio ei veronesi Giovanni Battista Zelotti e Paolo Caliari, detto il Veronese, al quale ultimo toccò il premio della catena d'oro decretato da Tiziano e da Iacopo Tatti, detto il Sansovino.Fin dagli inizi la carriera di Robusti fu scandita da un'intensa attività di ritrattistica, attraverso la quale è il pittore alle esigenze di rappresentanza del patriziato veneziano. Infatti Ridolfi (1648, 1914) ricorda che tra le prime opere che il pittore espone in Merceria vi sono anche «grazie ritratti, di se stesso con un rilievo in mano e di un suo fratello, che suonava la cetra, finti di notte, con sì terribile maniera, che fece stupire ogn'uno»(P.16) .Alla fine degli anni Quaranta Jacopo aveva già il ritratto del cane Francesco Donà, e con l'elezione di Girolamo Priuli (1559) assunse il compito di ritrattista dogale della Serenissima, ruolo che fino a quel momento era stato ricoperto da Tiziano con esiti altissimi.Può essere debitore del più anziano maestro, da cui apprendere la fondamentale lezione di luce e colore e una certa morbidezza di incarnati, Tintoretto ne rifiutò sempre la componente epico-eroica, preferendo una messa in scena meno aulica eppure di impatto, così da rendere immediata la percezione visiva della fisica importanza dell'effigiato.Ai molti ritratti singoli o personaggi in contesti familiari, ne alternò altrettanti in composizioni religiose, di carattere votivo o storico, come quelli «molto ben fatti»Ricordati da Vasari nella citata Scomunica. Tra i primi esempi, datati entro il 1545-46, si ricordano il Ritratto di gentiluomo venticinquenne di Hampton Court, Collezione Reale, e l'acuto Autoritratto giovanile del Museo d'arte di Philadelphia.Dalla bottega di Jacopo uscì una serie impressionante di ritratti di procuratori, senatori e magistrati, inclusi tutti al culmine della carriera, come l'abbigliamento d'ufficio compensa l'assenza di eclatanti gesti retorici; a volte ad accompagnare l'effigiato sono aperture sul paesaggio o elementi architettonici, quali colonne e balaustre: si vedano il ritratto di Nicolò Priuli alla Ca 'd'oro (1549 circa) o quello dell'ultraottantenne Jacopo Soranzo (1550 circa) delle Gallerie dell'Accademia di Venezia, dove la cappa di velluto, luministicamente panneggiata, fa da contrappunto al volto scavato dal tempo.Altre volte a rivolgersi a un Tintoretto fu una committenza borghese costituita da mercanti, artisti e uomini di lettere, con i quali è un dialogo diretto, semplicemente umano, che mostra una diversa posizione dell'artista di fronte all'individuo. Valga come esempio il gruppo di ritratti degli anni Cinquanta, di cui si prova di sorprendente qualità e impegno, come il Ritratto virile della Fondazione Museo Cerralbo di Madrid, quello di Lorenzo Soranzo del Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Gentiluomo con la catena d'oro del Museo Nazionale del Prado, a Madrid; o ancora, più avanti nel tempo, il ritratto di Giovanni Paolo Cornaro, detto «delle anticaglie»Del Museo di belle arti di Gand (1561), il ritratto di vecchio con giovinetto di Vienna (Kunsthistorisches Museum) e quello di Iacopo Sansovino in età avanzata della Galleria degli Uffizi, entrambi della seconda metà del settimo decennio.Tra i ritratti femminili, più rari rispetto ai maschili, varrà la pena di ricordare quello di Giovane vedova della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, in estrema sobrietà d'abito, e il perduto di Veronica Franco, di cui restano le parole che la cortigiana poetessa indirizzò al pittore:
«Quando ho visto il mio ritratto, opera della tua divina mano, io sono stato un pezzo in forse se è stata la pittura o la pura fantasia innanzi a me comparita per diabolico inganno».

Tra il 1546-1548 prende avvio una nuova fase dello stile di Tintoretto, dinamica da accelerazioni chiaroscurali e dalla predilezione per uno spazio costruito in diagonale, così come Sebastiano Serlio lo aveva teorizzato nel suo trattato di architettura. L'Adultera della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, in cui Jacopo mette a fuoco un tema caro in questi anni, l 'Ultima Cena per S. Marcuola (1547) e lo Svenimento di Ester davanti ad Assuero (Londra, The Royal Collection) ne senso il vertice e allo stesso tempo l'antefatto per la realizzazione del capolavoro della vita, il Miracolo dello schiavo (1548, Venezia, Gallerie dell'Accademia) .Con quest'opera, tintoretto raggiunse un equilibrio cromatico-plastico fino ad allora inedito, dimostrando di aver acquisito la nozione michelangiolesca secondo cui la pittura è tanto più buona quanto più rilievo.Per l'impostazione generale della scena, dominata dall'arrivo improvvisato del santo che precipita sulla folla, l'artista ripropose l'interpretazione del tema che Sansovino aveva offerto in un bassorilievo bronzeo per uno dei pergoli della basilica di S. Marco. L'omaggio all'architetto ufficiale della Serenissima è calato da Jacopo in una dimensione spaziale molto più complessa, dove il gusto pittorico per la traduzione cromatica della materia, la forza di moti negli oggetti di scena hanno alimentato l'ipotesi di un viaggio di studio nell'Urbe.L'originalità della composizione dovette suscitare un certo 'disparere' tra i confratelli e la rottura irritazione di Robusti, che dopo la consegna si riportò il dipinto in bottega, salvo riconsegnarlo dietro sollecitazioni dei suoi sostenitori.Nel commento a caldo di Aretino è possibile leggere l'eco dei consensi e dissensi che lo travolsero:
«I suoi colori [della figura dello schiavo] son ​​carne, il suo lineamento ritondo, e il suo corpo vivo, talché vi giuro per il bene ch'io vi voglio, che le cere, l'arie, e le vite de le turbe che la circondano, sono tanto simili agli effetti ch'esse fanno in racconto opra, che lo spettacolo pare più tosto vero che finto [...]. E beato il nome tuo, se ridiamo la prestezza del fatto in la pazienza del fare »(P. Aretino, Lettere, cit., IV, 2000, n. 429, p. 266).
I documenti datati 1548-50 chiariscono la cronologia di una lista di quadri che ilpraticon de man»(Boschini, 1660, 1966, p. 84) esegue un un incalzante passo. Si tratta di grandi teleri, perlopiù di formato orizzontale, colomba Tintoretto sviluppò nuovi rapporti prospettici tra architettura e figura. Fra questi la Lavanda dei piedi per S. Marcuola (1548-49), ora al Museo del Prado, e il S. Rocco risana gli appestati (1549), il primo dei due quadri che decorano le pareti presbiteriali dell'omonima chiesa veneziana. Nella tela di S. Marcuola la novità della messa in scena sta nell'invenzione del porticato che si spazia nello spazio in due parti: il vero dell'amore e la propria colomba e muovono Cristo e gli apostoli, e quello della città Serlio, con i suoi edifici all'antica che costeggiano le acque di un canale. Protagonista della tela di S. Rocco, invece, è la suggestiva ambientazione notturna rotta da lumi artificiali, una soluzione che negli anni anni anche Tiziano sta sperimentando nel Martirio di s. Lorenzo per la chiesa dei Crociferi (oggi ai Gesuiti) .Qui Tintoretto sovvertì le regole del rapporto rinascimentale tra luce e spazio, suscitando l'entusiasmo manierista di Vasari, che lodò il dipinto come una delle opere opere d'arte:
«In una fine una prospettiva come d'uno spedale di letta e di infermi in varia attitudine [...] e fra questi sono alcuni ignudi ben intesi, ed un morto in iscorto che è bellissimo» (Vasari, 1568, 1984, p. 469).
A questo periodo, che a ben ragione è stato definito in continuo movimento, secondo un percorso «spiralico», Alcune note di altare usate alle chiese di Venezia, ma anche della terraferma. Fra queste il S. Marziale in gloria tra i ss. Pietro e Paolo per la chiesa di S. Marziale e il S. Agostino risana gli sciancati, commissionato dalla famiglia vicentina dei Godi per l'altare della loro cappella nella chiesa di S. Michele e oggi alla Pinacoteca di palazzo Chiericati a Vicenza.All ' aprirsi del sesto decennio, ad alimentare l'ispirazione figurativa di Tintoretto intervenne un «nuovo senso panico della natura» (Pallucchini, 1950, p.132), che le Storie della Genesi tratta dalla Scuola della Ss. Trinità - eseguito un proseguimento del ciclo iniziato da Francesco Torbido nel 1547 - spiega a spiegare: la Creazione degli animali, il Peccato originale e l'Uccisione di Abele, conservati a Venezia nelle Gallerie dell'Accademia, e un frammento della Proibizione del pomo agli Uffizi. La quinta tela, con la Creazione di Eva, è andata perduta.In questo caso Robusti si cimentò in più sottili prove di pittoricismo, che rimandano ancora un certi esiti formali desunti dalla maniera di Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, e di Schiavone; mentre la cornice paesistica, privata di ogni intenzione lirica per mezzo di direttrici oblique che scavano profonde voragini all'orizzonte, si colora dello stato d'animo degli attori del racconto.Le portelle d'organo per la chiesa della Madonna dell'Orto, le primo tre tele per il magistrato del sale, la decorazione dell'organo della chiesa di S. Maria del Giglio, insieme ai primi lavori per le Procuratie di S. Marco, sono solo alcune delle opere che Tintoretto realizzò entro la metà del decennio, e attraverso le quali le mie aspirazioni.Allo stesso tempo il confronto con Paolo Veronese, si è affermato in Palazzo ducale, si fece più pressante. Il racconto di Ridolfi a proposito della commissione dell'Assunta per i Crociferi (oggi Gesuiti), che Jacopo riesce a sottrarre al collega attraverso una sorta di contraffazione stilistica, è sintomatico del gusto per un colorismo schiarito e timbrico che si manifestò intorno al 1555. Da questa fase, definita 'veronesiana', pubblicato il fiabesco S. Giorgio e il dragone della National Gallery di Londra e la Susanna e le vecchioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna.Con l'opera tintoretto diede la prova più alta del suo intendimento luministico e cromatico applicato al nudo femminile e, allo stesso tempo, attraverso una resa pittorica elegante e unita, di essere in grado di controllare quel «furioso entusiasmo»Che contraddistingue ogni stagione della sua maturità.Il decennio si chiude con un'altra opera per S. Rocco, la Probatica piscina (1559). Secondo Ridolfi (1648, 1914) il dipinto, destinato a decorare gli sportelli di un armadio per le argenterie sacre, sarebbe stato realizzato «in concorrenza del Pordenone, che un simile nel dirimpetto aveva dipinto»(P.26) .Il riferimento è alle tavole con i Ss. Martino e Cristoforo eseguiti dal friulano circa trent'anni prima, a cui si rifà l'impaginazione architettonica del colonnato con il soffitto a cassettoni di scorcio.Tintoretto eò oltre e sviluppò il tema in chiave illusionistica attraverso l'affollarsi dei personaggi che franano sul primo piano, fino a superare la cornice del dipinto e conquistare lo spazio reale della navata.
Ormai consapevole della propria cifra stilistica, l'artista inaugurò gli anni Sessanta con l'eco festosa e popolaresca delle Nozze di Cana per i Crociferi (ora a S. Maria della Salute) e con i monumentali teleri per il presbiterio della Madonna dell'Orto (1559-60 circa): l'Adorazione del vitello d'oro (una sinistra) e il Giudizio Universale (a destra). Tintoretto sfidò l'architettura gotica della chiesa, dando prova di non temere il confronto con lo spazio vorticoso del giudizio sistino e di sapere affrontare i testi sacri con estrema libertà e convinzione.Nel 1562 il «guardiano Tommaso Rangone, il dottore e filosofo ravennate Tommaso Rangone, lo convocò per fargli dipingere altri tre quadri con i miracoli del santo protettore, che nel 1566 Vasari vide già un termine: i Miracoli di s. Marco della Pinacoteca di Brera a Milano (noto anche come il Ritrovamento del corpo di s. Marco), il Trafugamento del corpo di s. Marco e il Miracolo del Saraceno delle Gallerie Veneziane.L'intuizione prospettico-luministica, lungamente ricercata nel decennio precedente, raggiunta in queste tele brani di profondo pathos religioso. Nella prima scena Tintoretto affidò la rivelazione dell'evento miracoloso ai lumi delle torce che, attraverso un violento chiaroscuro,

Guarda il video: Estratto dall'incontro con Vittorio Sgarbi - Tintoretto e la maniera veneta (Luglio 2020).

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